LUCIFER

A me limite insuperabile
fu il mio orgoglio e la superbia
da che la corda volli alla via lattea
lanciare, come potessi facile
aggiogare a me le stelle tutte
e il firmamento presto conquistare.
Caddi; non so come accadde, caddi
dal fiume di stelle, disarcionato
straripando tracimai all’Eridano,
da Cursa discesi giù ad Achernar
e poi disparvi, almeno credetti,
inghiottito da natural burella,
risucchiato dal centro della terra.
Seppi ch’era stato lo Scorpïone
a mordermi il calcagno, Rigel, allor
che cadetti. Altri disse l’invidia
di Rudra, ch’è Sirio, il mio scudiero,
di me ch’avevo in capo il diadema
d’inesauribile luce eterna di On.
Cadendo, perdetti pietra e capo
e per sempre non fui più io, ma tu io
dirai e dirai il mio nome ch’è IAO
e non dirai altro perché il resto
è chiuso in un mistero non dato
ai cani come te, né alle cagne,
eccetto che per quei momenti in cui
serve a placare la foia, e sempre
insieme al bastone e alla cintura
che ti ricorda nel nome Orione.
Chissà se ricorderai di me, ora,
or che sono morto, che più non vivo:
mi stringo tutt’intorno al tuo cuore,
serpente che cinge l’uovo alchemico,
da questa fonte nasce, sgorga il canto
che mi riporta in vita e che ti dono;
tu dillo all’alba ed al tramonto,
dì loro che io risorgerò, canta:
A ka duaa, du fur biu
Bi aa ke-fu
Du-du ner af-an nuteru
Mandalo a memoria, recitalo
spesso, non dimenticare di tracciar
pentalfa apotropaici intorno
ai cardini, protezione mistica
a te siano cerchi e confini sacri.

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